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Iniziativa alimentazione

3 giorni fa
Tempo di lettura: 30 min

Introduzione e metodologia


Questo briefing elettorale è un prototipo realizzato con l’obiettivo di testare e migliorare il formato dei briefing elettorali. Non ha alcun carattere vincolante ed è ovvio che non pretende di essere esaustivo o assolutamente accurato, poiché la scienza comprende una moltitudine di discipline in continua evoluzione. Ti invitiamo a visitare la nostra sezione «Informazioni sui briefing elettorali dell’Istituto Eiger» per saperne di più sulla nostra metodologia di lavoro.



Hai suggerimenti per migliorare il formato o questo specifico briefing? In tal caso, non esitare a inviarci un’e-mail all’indirizzo info@eiger-institute.ch.



Questo è un estratto dalla nostra guida alle elezioni. Se desideri leggere la versione completa, puoi scaricarla qui.



Sei giornalista ? Realizziamo appositamente per te una versione ampliata delle nostre informazioni sul referendum, in cui aggiorniamo regolarmente la verifica dei fatti relativi alle argomentazioni ed elenchiamo esperti e ricercatori svizzeri di rilievo, affinché possi comprendere meglio il tema oggetto della votazione. Ti preghiamo di inviarci un’e-mail all’indirizzo info@eiger-institute.ch per ricevere la versione ampliata.



Indice



 

I briefing di votazione dell’Eiger Institute

 

I briefing di votazione dell’Eiger Institute mettono a disposizione dei giornalisti, dei decisori e del grande pubblico un’analisi approfondita degli oggetti sottoposti al voto. L’analisi si basa sui risultati recenti della ricerca scientifica e intende spiegare le questioni in gioco nel testo, le modifiche giuridiche e pratiche attese, le principali questioni aperte e lo stato delle conoscenze disponibili. I briefing non danno alcuna indicazione di voto e non intendono giudicare la fondatezza del testo sottoposto al voto. Sono realizzati dal gruppo dell’Eiger Institute, che può avvalersi di esperti esterni per approfondire le analisi.

 

Metodologia

 

Per preparare un briefing di votazione, gli analisti dell’Eiger Institute individuano il tema, la genesi e le questioni in gioco nell’oggetto sottoposto al voto. Mappano poi gli ambiti interessati, analizzano gli effetti auspicati e quelli potenziali del testo (quando potrebbero divergere) e stilano un elenco dei fatti scientifici pertinenti per comprendere il testo sotto forma di «domande poste alla scienza». Il lavoro si basa su un’analisi approfondita dei testi ufficiali e degli atti giuridici, della letteratura scientifica, dei dati pubblici e dei confronti internazionali pertinenti, reperibili nella sezione «Riferimenti» alla fine della pubblicazione. Per l’elaborazione del briefing possono essere utilizzati alcuni strumenti specializzati di intelligenza artificiale; il loro impiego è rigorosamente regolato e limitato ai motori di ricerca della letteratura accademica o agli strumenti di retrieval augmented generation per individuare più rapidamente le ricerche pertinenti e alcune informazioni chiave in un corpus definito dagli analisti. Questo utilizzo avviene nel quadro delle norme stabilite dalla Commissione europea e dal Politecnico federale di Zurigo. In tale contesto, l’analisi delle questioni in gioco, la selezione delle informazioni e del corpus pertinente, la strutturazione intellettuale e formale della pubblicazione e delle domande da applicare al corpus, la citazione dei lavori scientifici, la redazione del testo e la verifica e revisione critica della pubblicazione rimangono compiti strettamente umani. Questo metodo di lavoro garantisce la tracciabilità delle informazioni, la protezione dei dati e dei diritti d’autore dei ricercatori, la neutralità e la qualità della ricerca e l’autonomia intellettuale umana.

 

Quando è possibile al momento della pubblicazione, viene elaborata una scala per valutare gli argomenti delle campagne del Sì e del No alla luce delle conoscenze scientifiche esistenti. La scala mira a valutarne la forza o la debolezza in funzione di quanto la ricerca abbia o non abbia accertato (la scienza conferma una determinata affermazione?). Non intende giudicare la fondatezza degli argomenti. Si articola su due livelli:

 

(1) l’ampiezza della ricerca in materia, che indica se la scienza abbia studiato la questione in modo più o meno approfondito e se sia quindi possibile individuare un consenso che avvicini la conoscenza a una forma di oggettività riconosciuta come fattuale dalla comunità scientifica; e

 

(2) la corrispondenza dell’argomento con la scienza, che indica se, quando esiste un volume sufficiente di ricerche sul tema, il consenso scientifico tenda o meno a confermare l’argomento esaminato.

 

Contatto

 

Domande su questa pubblicazione, sulla serie o sull’Eiger Institute in generale? Rispondiamo molto volentieri. Scrivere a info@eiger-institute.ch.

 

Autrice principale di questo briefing : Mathilde Despont.

 

 

L’essenziale

 

L’iniziativa mira a portare il grado di autoapprovvigionamento netto almeno al 70 % entro dieci anni, trasformando nel contempo la produzione, il consumo e gli obiettivi ambientali della politica alimentare svizzera.

 

Lo scopo è migliorare la sicurezza alimentare della Svizzera e la sostenibilità degli alimenti prodotti e consumati nel Paese.

 

Il testo in breve

 

L’Iniziativa sull’alimentazione mira a rafforzare l’autonomia alimentare della Svizzera portando il grado di autoapprovvigionamento almeno al 70 % entro dieci anni e rendendo nel contempo più sostenibile l’agricoltura. Propone in particolare di privilegiare la produzione vegetale destinata all’alimentazione umana, proteggere il suolo, l’acqua e la biodiversità e ridurre la dipendenza dai pesticidi e dalle importazioni. A tal fine ricorre a diversi strumenti di politica pubblica: misure per promuovere le derrate alimentari vegetali, il rispetto, entro lo stesso termine di dieci anni, dei valori massimi per le perdite di azoto e fosforo sanciti nella Costituzione e meccanismi di protezione della biodiversità, della fertilità del suolo e delle risorse idriche sotterranee.[i]

 

Concetti chiave

 

Autoapprovvigionamento netto

 

Quota del consumo alimentare svizzero coperta dalla produzione nazionale, calcolata tenendo conto delle importazioni necessarie alla produzione stessa (sementi, mangimi, concimi). È un indicatore più rigoroso del grado di autoapprovvigionamento lordo: attualmente pari al 46 %, l’iniziativa intende portarlo al 70 % netto.

 

Politica agricola 2030+ (PA30+)

 

Progetto legislativo che il Consiglio federale prevede di porre in consultazione per sviluppare la politica agricola senza una revisione costituzionale. È l’alternativa che il Governo contrappone all’iniziativa.

 

Pagamenti diretti

 

Sovvenzioni versate agli agricoltori a condizione che adottino determinate pratiche. Sono al centro del dibattito perché, secondo il comitato d’iniziativa, il 75 % delle sovvenzioni attuali sostiene la produzione animale: un punto controverso simile a quello dell’iniziativa sull’acqua potabile del 2021.

 

Sicurezza alimentare e sovranità alimentare

 

La sicurezza alimentare indica l’accesso garantito a un’alimentazione sufficiente, anche attraverso le importazioni. La sovranità (o autonomia) alimentare, a cui mira piuttosto l’iniziativa, pone l’accento sulla capacità del Paese di nutrirsi grazie alla propria produzione, indipendentemente dai mercati esteri.

 

Obiettivi ambientali per l’agricoltura (OAA)

 

Valori obiettivo fissati dalla Confederazione per limitare le perdite di azoto e fosforo nell’ambiente; l’iniziativa intende renderli vincolanti entro dieci anni.

 

Turismo degli acquisti

 

Pratica di acquistare derrate alimentari all’estero (spesso meno care), un effetto collaterale temuto dal fronte del No qualora i prezzi nazionali aumentino.

 

Origine del progetto

 

L’Iniziativa sull’alimentazione è stata lanciata il 16 agosto 2024. La votazione popolare si terrà il 27 settembre 2026. L’iniziativa nasce dal movimento «Acqua pulita per tutti» legato a Franziska Herren ed è sostenuta principalmente da attori dell’agricoltura sostenibile, della protezione dell’ambiente e delle risorse idriche, più che dai grandi partiti politici.

 

In effetti, nessun partito sostiene ufficialmente l’iniziativa. Il PS la ritiene irrealistica e raccomanda di votare NO. I VERDI, che la considerano anch’essi irrealistica, adottano una posizione sfumata: «condividiamo l’obiettivo dell’iniziativa, ma non necessariamente il mezzo proposto»; per questo lasciano libertà di voto. Il PVL vi si oppone, così come la destra, che giudica irrealistici gli obiettivi, mentre l’UDC denuncia un «diktat vegano». L’iniziativa non trova sostegno neppure presso le associazioni economiche e le organizzazioni mantello.[ii],[iii],[iv],[v]

 

Nel suo messaggio, il Consiglio federale raccomanda di respingere l’iniziativa, giudicandone gli obiettivi troppo ambiziosi per il termine di dieci anni previsto. Portare il grado di autoapprovvigionamento dal 46 % al 70 % richiederebbe una riduzione drastica della produzione e del consumo di carne, importanti interventi statali e nuovi investimenti che non potrebbero essere ammortizzati in quel periodo, con il rischio di trasferire l’impatto ambientale all’estero attraverso un aumento delle importazioni. Il Consiglio federale ritiene inoltre giuridicamente inappropriato e superfluo inserire obiettivi così dettagliati nella Costituzione e propone invece di affrontare le questioni della sicurezza alimentare e della riduzione dell’impronta ecologica nel quadro dello sviluppo della politica agricola dal 2030.[vi] Il Parlamento ha seguito questa linea senza mettere in discussione gli obiettivi ambientali dell’iniziativa[vii], ma contestando il mezzo scelto per raggiungerli. Al Consiglio nazionale, la sinistra e il PVL hanno cercato, senza ottenere una maggioranza, di promuovere un controprogetto diretto incentrato sulla protezione degli ecosistemi, della biodiversità, dell’acqua e della fertilità del suolo. In seguito tutti i gruppi si sono opposti all’iniziativa stessa, respinta tacitamente il 17 dicembre 2025. Il Consiglio degli Stati ha seguito lo stesso percorso nel marzo 2026: la sua commissione ha raccomandato la reiezione e il plenum l’ha respinta tacitamente il 17 marzo. Davanti alle Camere, il consigliere federale Guy Parmelin ha difeso la libertà dei consumatori di decidere autonomamente se aumentare la quota di prodotti vegetali, anziché imporlo mediante la Costituzione.[viii],[ix],[x]

 

La precedente iniziativa «Per acqua potabile pulita», lanciata da Herren nel 2017, era stata respinta nella votazione popolare del 13 giugno 2021 dal 60,7 % dei votanti, ma aveva ottenuto il sostegno di vari partiti[xi]: i Verdi, il PS, i Verdi liberali e il PEV, accanto al comitato d’iniziativa e alle organizzazioni ambientaliste. Vi si opponevano il Consiglio federale, il Parlamento, l’Unione svizzera dei contadini, Bio Suisse, economiesuisse, l’UDC, il PLR e il Centro; questi ultimi temevano un calo della produzione svizzera, un aumento delle importazioni e uno spostamento dell’inquinamento all’estero. Pur perseguendo lo stesso obiettivo generale dell’iniziativa del 2026 — un’agricoltura più sostenibile, che protegga meglio l’acqua, la biodiversità e l’alimentazione —, l’iniziativa del 2021 era più radicale nei suoi vincoli diretti: subordinava i pagamenti diretti all’abbandono completo dei pesticidi e di determinati usi degli antibiotici. Quella del 2026 adotta invece un approccio più ampio e sistemico (sovvenzioni, produzione, consumo, risorse e obiettivo quantificato del 70 % di autoapprovvigionamento netto in dieci anni), senza imporre una rottura altrettanto diretta nelle pratiche agricole. È quindi notevole che l’iniziativa del 2021, pur più radicale negli strumenti, abbia ottenuto il sostegno di quattro partiti, mentre nessun partito sostiene quella del 2026.[xii],[xiii]

 

Quell’esperienza ha quindi probabilmente reso più prudenti i partiti favorevoli alle questioni ambientali.[xiv],[xv] In generale emerge un paradosso interessante: le questioni climatiche e ambientali arrivano regolarmente al voto popolare, ma le iniziative costituzionali ritenute ambiziose o vincolanti vengono solitamente respinte. Le politiche climatiche «ambiziose e costose» sono accantonate a favore di una «politica dei piccoli passi», capace di riunire una coalizione più ampia.[xvi] In questa prospettiva, l’accettazione dell’Iniziativa sull’alimentazione costituirebbe un’eccezione particolarmente notevole a tale schema.[xvii]

 

Sintesi delle principali questioni in votazione

 

Le principali questioni di questa votazione sono le seguenti:

 

1. Sicurezza alimentare e fattibilità

 

Sulla questione di fondo — ridurre la dipendenza della Svizzera dalle importazioni alimentari — vi è consenso. Il disaccordo riguarda il metodo: è realistico raggiungere il 70 % di autoapprovvigionamento in dieci anni o questo obiettivo numerico è irraggiungibile senza sconvolgere produzione e consumo?

 

2. Libertà di scelta dei consumatori

 

Il fronte del No sottolinea il rischio di un cambiamento dell’alimentazione imposto dallo Stato (meno carne, più prodotti vegetali), contrapposto al diritto dei consumatori di scegliere liberamente che cosa mangiare.

 

3. Futuro dell’allevamento e dell’agricoltura svizzera

 

Secondo il Consiglio federale, l’obiettivo comporterebbe una riduzione di quasi la metà degli effettivi di suini e pollame. Si tratta quindi di una questione diretta per gli agricoltori: alcuni vi vedono un’opportunità per valorizzare la produzione vegetale, altri temono una perdita di reddito e di terreni.

 

4. Prezzi e potere d’acquisto

 

Il fronte del No prevede un rincaro delle derrate alimentari nazionali e un aumento del turismo degli acquisti all’estero a causa della restrizione dell’offerta.

 

5. Protezione dell’acqua, del suolo e della biodiversità

 

Questione ambientale condivisa in linea di principio (inquinamento delle acque sotterranee, fertilità del suolo), ma con un disaccordo sull’urgenza e sugli strumenti da utilizzare.

 

6. Costituzione e legge ordinaria

 

Questione istituzionale: occorre inserire nella Costituzione un obiettivo numerico e vincolante oppure è preferibile realizzare questo cambiamento per via legislativa (la futura Politica agricola 2030+), più flessibile ma senza garanzia di risultato?

 

7. Commercio estero

 

Rischi menzionati dal Consiglio federale in relazione agli accordi internazionali (OMC) e un possibile effetto indesiderato: più importazioni di carne se la produzione svizzera diminuisce senza che la domanda cali allo stesso ritmo.

 

 

Cambiamenti introdotti dal testo

 

Situazione attuale

 

Il grado di autoapprovvigionamento netto della Svizzera è oggi del 46 %. Circa il 60–70 % della superficie agricola utile svizzera si presta soltanto alla coltivazione di prati (sfruttabili mediante l’allevamento). Il 75 % delle sovvenzioni agricole (3,6 miliardi di franchi) sostiene la produzione animale. Le acque sotterranee sono inoltre contaminate da pesticidi e nitrati; a volte occorre chiudere captazioni di acqua potabile.

 

Cambiamenti auspicati dal testo

 

  • Portare il grado di autoapprovvigionamento netto almeno al 70 % entro dieci anni

  • Riorientare l’agricoltura e l’industria alimentare verso la produzione e il consumo di alimenti vegetali

  • Ridurre lo spreco alimentare

  • Garantire l’accesso ad acqua potabile pulita mediante una pianificazione nazionale dell’acqua

  • Rispettare entro dieci anni i valori massimi fissati per le perdite di azoto e fosforo

  • Preservare la biodiversità e la fertilità del suolo quali basi della produzione agricola

 

Cambiamenti che si produrrebbero nella pratica

 

Secondo il Consiglio federale, l’obiettivo numerico sarebbe raggiungibile soltanto con interventi statali di ampia portata: quasi dimezzare gli effettivi di suini e pollame, ridurre la produzione di cereali panificabili e imporre, anziché lasciare alla libera scelta, un cambiamento delle abitudini di consumo. Il fronte del No prevede inoltre un rincaro delle derrate nazionali e uno spostamento degli acquisti all’estero. Viceversa, se il consumo non diminuisse di pari passo con la produzione animale svizzera, sarebbe possibile un effetto indesiderato: un aumento delle importazioni di carne che trasferirebbe all’estero, anziché ridurre, l’inquinamento legato all’allevamento.

 

Ambiti su cui la votazione avrà un impatto

 

1. Agricoltura — allevamento

 

Prevista riduzione degli effettivi, soprattutto di suini e pollame; calo dell’allevamento di bovini, ovini e caprini nelle zone prative.

 

2. Agricoltura — produzione vegetale

 

Riorientamento delle colture verso l’alimentazione umana diretta (meno foraggio); secondo il fronte del No, tuttavia, i raccolti vegetali diminuirebbero nonostante tale riorientamento per la carenza di concimi e di animali per la fertilizzazione naturale del suolo.

 

3. Agricoltura di montagna e d’alpeggio

 

Rischio di scomparsa dell’allevamento nelle zone dove è possibile soltanto il pascolo, con incespugliamento dei terreni e riduzione dell’attività agricola in queste regioni.

 

4. Paesaggio e biodiversità

 

Perdita di paesaggi coltivati mantenuti dall’allevamento estensivo; effetto ambiguo sulla biodiversità (positivo con meno pesticidi e concimi, negativo se gli alpeggi si incespugliano).

 

5. Protezione dell’acqua

 

Riduzione delle perdite di azoto e fosforo, protezione delle acque sotterranee da pesticidi e nitrati, pianificazione nazionale dell’acqua.

 

6. Suolo

 

Conservazione della fertilità del suolo, valorizzando pratiche quali colture miste, agroselvicoltura e agricoltura rigenerativa.

 

7. Sovvenzioni e politica agricola

 

Riorientamento dei pagamenti diretti (attualmente destinati per il 75 % alla produzione animale) verso la produzione vegetale.

 

8. Industria agroalimentare / trasformazione

 

Nuove capacità di trasformazione da creare per i prodotti vegetali (secondo i sostenitori); aumento dei costi e perdita di competitività (secondo gli oppositori).

 

9. Consumatori — prezzi

 

Previsto rincaro delle derrate alimentari nazionali, sia animali sia vegetali.

 

10. Consumatori — libertà di scelta

 

Riduzione della libertà di scegliere la propria alimentazione a causa dell’offerta limitata di prodotti animali.

 

11. Occupazione

 

Accelerazione dei cambiamenti strutturali nell’agricoltura e nell’industria alimentare, con perdite di posti di lavoro previste dal fronte del No.

 

12. Commercio estero / importazioni

 

Riduzione auspicata delle importazioni alimentari (circa il 20 % secondo Guy Parmelin), ritenuta molto difficile da raggiungere; rischio di trasferire la produzione all’estero (importazioni di carne) se il consumo non cala allo stesso ritmo.

 

13. Turismo transfrontaliero degli acquisti

 

Rischio di spostamento degli acquisti alimentari verso i Paesi vicini se aumentano i prezzi svizzeri.

 

14. Relazioni commerciali internazionali (OMC)

 

Rischi menzionati per gli accordi commerciali internazionali se la Svizzera limita le importazioni.

 

15. Diritto costituzionale

 

Questione dell’opportunità di inserire obiettivi numerici e dettagliati nella Costituzione anziché in una legge.

 

16. Finanze pubbliche

 

Costi potenzialmente elevati per il bilancio della Confederazione, in particolare per gli aiuti finanziari necessari ad accompagnare una transizione ritenuta socialmente difficile da assorbire entro il termine previsto.

 

 

Argomenti delle campagne

 

Sintesi dei principali argomenti

 

TEMA

FRONTE DEL SÌ

FRONTE DEL NO

Sicurezza alimentare

La Svizzera dipende dall’estero per circa il 50 %; rischio in caso di guerra o di eventi climatici estremi

Il titolo dell’iniziativa è fuorviante: non garantirebbe la sicurezza alimentare ma imporrebbe un «diktat vegano»

Uso del suolo

Il 60 % dei terreni arabili serve a produrre foraggio anziché alimenti vegetali per le persone

Il 70 % della superficie agricola utile si presta soltanto ai prati, sfruttabili esclusivamente mediante l’allevamento; l’iniziativa indebolirebbe il potenziale della produzione vegetale (ortaggi, frutta, cereali, colza) imponendo condizioni giudicate assurde

Allevamento / patrimonio zootecnico

Riorientare la produzione verso gli alimenti vegetali rafforzerebbe la sicurezza alimentare

Per raggiungere l’obiettivo sarebbe necessaria una drastica riduzione degli effettivi, con un impatto diretto sui redditi agricoli

Acqua potabile

Risorse minacciate da pesticidi, nitrati e cambiamenti climatici; l’iniziativa prevede una pianificazione nazionale dell’acqua

Questione ritenuta già affrontata dalle misure in corso a tutti i livelli (in particolare la politica dei nutrienti)

Suolo e biodiversità

L’uso intensivo di pesticidi e concimi distrugge la fertilità del suolo e la biodiversità

Non contestato in linea di principio, ma ritenuto ridondante rispetto alle riforme già avviate

Sovvenzioni agricole

Il 75 % delle sovvenzioni attuali sostiene la produzione animale a scapito di quella vegetale

Non affrontato direttamente negli argomenti della campagna

Consumatori

Favorirebbe un’alimentazione più sana e sostenibile

Riduzione della libertà di scelta alimentare imposta dallo Stato

Prezzi

Una maggiore produzione e trasformazione locali creerebbero posti di lavoro e valore aggiunto in Svizzera

Rincaro delle derrate alimentari nazionali, sia animali sia vegetali, a causa della restrizione dell’offerta

Commercio

Non affrontato dal comitato d’iniziativa

Aumento del turismo degli acquisti all’estero

Precedente politico

Non affrontato

«Forzatura»: Franziska Herren aveva già avanzato una richiesta simile con l’iniziativa sull’acqua potabile nel 2018, respinta da oltre il 60 % nel 2021

Quadro giuridico / necessità

Un obiettivo vincolante nella Costituzione è necessario per garantire risultati concreti

Iniziativa ritenuta inutile: numerose misure sono già in corso a tutti i livelli per migliorare la sostenibilità dell’agricoltura e della filiera alimentare, senza necessità di una revisione costituzionale

Tono della campagna

Presenta l’iniziativa come questione di sicurezza e sostenibilità

La ridefinisce come un’«iniziativa per un’alimentazione vegana», giudicando fuorviante il titolo ufficiale

Sostegni politici

Comitato d’iniziativa, agricoltori biologici/rigenerativi, esperti di acque sotterranee, medici, associazioni ambientaliste

Consiglio federale, PS, PVL, PLR, Centro, PEV (anche l’UDC propende per il No), Unione svizzera dei contadini, settore agroalimentare, GastroSuisse, HotellerieSuisse, Federazione svizzera del turismo

 

 

Argomenti utilizzati dal fronte del «SÌ»

 

La Svizzera dipende dall’estero per circa il 50 %; rischio in caso di guerra o di eventi climatici estremi[xviii]

 

Grado di conferma: 4 — Piuttosto vero.

 

La dipendenza dalle importazioni è reale e documentata, e i rischi legati ai conflitti e agli eventi climatici estremi sono plausibili alla luce della letteratura mondiale. La cifra esatta di circa il 50 % non è tuttavia confermata (il grado di autoapprovvigionamento suggerisce piuttosto circa il 31 %) e la diversificazione geografica delle fonti d’importazione attenua la vulnerabilità della Svizzera.

 

Solidità delle prove: 3 — Alcune ricerche e informazioni pertinenti.

 

Uno studio specifico sulla Svizzera (Ritzel et al., 2024) fornisce dati quantitativi diretti, integrati da un corpus mondiale sulle vulnerabilità alimentari legate ai conflitti e al clima. L’assenza di studi che valutino specificamente per la Svizzera lo scenario «guerra o evento climatico estremo» limita la solidità della valutazione.

 

Il 60 % dei terreni arabili serve a produrre foraggio anziché alimenti vegetali per le persone[xix]

 

Grado di conferma: 4 — Piuttosto vero.

 

La concorrenza per i terreni arabili tra foraggio e colture alimentari è confermata dalla ricerca svizzera, anche se la cifra esatta del 60 % sovrastima leggermente la quota dei terreni arabili in senso stretto (piuttosto circa il 43 %) e potrebbe invece sottostimare quella riferita all’intera superficie agricola (circa il 74 %).

 

Solidità delle prove: 5 — Affermazione ampiamente documentata.

 

Vari studi svizzeri di elevata qualità (Keller et al. 2024, Ineichen et al. 2023, Jaisli et al. 2024, Frehner et al. 2019/2021) quantificano con precisione l’uso dei terreni arabili per il foraggio e modellizzano scenari correttivi, sostenuti da un solido corpus mondiale sulla concorrenza tra alimenti umani e mangimi.

 

Riorientare la produzione verso gli alimenti vegetali rafforzerebbe la sicurezza alimentare[xx]

 

Grado di conferma: 5 — Vero secondo il consenso scientifico.

 

La letteratura scientifica concorda ampiamente sul fatto che riorientare la produzione verso gli alimenti vegetali aumenta la disponibilità complessiva di calorie e proteine, riducendo nel contempo la pressione sull’ambiente. Questo consenso si fonda tuttavia principalmente su modelli globali e studi nazionali (Stati Uniti, UE) anziché su dati specifici della Svizzera.

 

Solidità delle prove: 5 — Affermazione ampiamente documentata.

 

Numerosi studi di elevata qualità quantificano i guadagni di efficienza (Shepon et al. 2018, Schiavo et al. 2023, Yang et al. 2024) e i benefici ambientali (Wijerathna-Yapa et al. 2022, Kakabouki et al. 2025), individuando chiaramente i limiti climatici, nutrizionali e socioeconomici che richiedono diversificazione e pianificazione.

 

Risorse minacciate da pesticidi, nitrati e cambiamenti climatici; l’iniziativa prevede una pianificazione nazionale dell’acqua[xxi]

 

Grado di conferma: 5 — Vero secondo il consenso scientifico.

 

Il consenso scientifico è chiaro e ampiamente documentato: le risorse idriche svizzere sono degradate dai pesticidi e dai nitrati; i cambiamenti climatici aggravano questo inquinamento; per gestire tali minacce in modo globale è necessaria una pianificazione integrata a livello nazionale o di bacino idrografico.

 

Solidità delle prove: 5 — Affermazione ampiamente documentata.

 

Numerosi studi di modellizzazione e sul campo (Covatti et al. 2025, Zarrineh et al. 2019, Dueri e Mack 2024, Fabre et al. 2023, Gerecke et al. 2002) quantificano le interazioni tra clima, pratiche agricole e qualità dell’acqua in Svizzera e convergono nel sostenere approcci di gestione integrata.

 

L’uso intensivo di pesticidi e concimi distrugge la fertilità del suolo e la biodiversità[xxii]

 

Grado di conferma: 5 — Vero secondo il consenso scientifico.

 

Il consenso scientifico, fortemente sostenuto dai dati del monitoraggio svizzero e da meta-analisi europee, conferma che l’uso intensivo di concimi e pesticidi distrugge la fertilità del suolo e la biodiversità.

 

Solidità delle prove: 5 — Affermazione ampiamente documentata.

 

Gli studi svizzeri (Bucheli et al. 2023, Steiner et al. 2024, Yang et al. 2021, Jarosch et al. 2026) e le grandi sintesi europee (Köninger et al. 2026, Beaumelle et al. 2023) quantificano con precisione i meccanismi di degrado e gli effetti sulla fauna del suolo.

 

Il 75 % delle sovvenzioni attuali sostiene la produzione animale a scapito di quella vegetale[xxiii]

 

Grado di conferma: 4 — Piuttosto vero.

 

L’argomento è corretto nella sua direzione generale e sostenuto da dati specifici della Svizzera, anche se la cifra esatta del 75 % sottostima leggermente lo squilibrio, che la ricerca colloca piuttosto oltre l’80 %.

 

Solidità delle prove: 5 — Affermazione ampiamente documentata.

 

Vari studi svizzeri di elevata qualità (Schläpfer et al. 2023/2025, Huber et al. 2023, El Benni et al. 2024) e modellizzazioni europee (Kortleve et al. 2024, Springmann et al. 2022) quantificano lo squilibrio strutturale delle sovvenzioni a favore della produzione animale e i suoi impatti ambientali.

 

Il testo dell’iniziativa favorirebbe un’alimentazione più sana e sostenibile[xxiv]

 

Grado di conferma: 4 — Piuttosto vero.

 

Il consenso scientifico conferma che politiche integrate favoriscono regimi alimentari più sani e sostenibili, ma sottolinea che le misure volontarie e informative sono insufficienti senza regolamentazioni vincolanti.

 

Solidità delle prove: 5 — Affermazione ampiamente documentata.

 

Numerose meta-analisi e rassegne sistematiche (Burgaz et al. 2023, Herrero et al. 2020, Béné et al. 2018, Anderson et al. 2019) quantificano l’efficacia degli strumenti politici e individuano le condizioni necessarie per il successo.

 

Una maggiore produzione e trasformazione locali creerebbero posti di lavoro e valore aggiunto in Svizzera[xxv]

 

Grado di conferma: 4 — Piuttosto vero.

 

La ricerca conferma che la produzione e la trasformazione locali creano posti di lavoro e valore aggiunto in Svizzera, in particolare nelle regioni di montagna, ma sottolinea che la portata di tali effetti dipende molto dal coordinamento degli attori e dalle infrastrutture disponibili.

 

Solidità delle prove: 4 — Affermazione moderatamente documentata.

 

Gli studi di caso svizzeri (Valposchiavo, Vallese, cooperative lattiero-casearie) e le rassegne sistematiche internazionali convergono su effetti positivi, anche se i moltiplicatori del valore aggiunto sono meno costanti di quelli dell’occupazione.

 

Un obiettivo vincolante nella Costituzione è necessario per garantire risultati concreti[xxvi]

 

Grado di conferma: 2 — Piuttosto falso.

 

No, un obiettivo costituzionale non basta a garantire risultati concreti. Per la Svizzera, la ricerca suggerisce che un fondamento costituzionale offre una base politica forte, ma non garantisce da solo effetti misurabili. Gli studi convergono più sulla necessità di pacchetti di politiche, strumenti coerenti e misure sul versante del consumo che sull’idea secondo cui un obiettivo vincolante, da solo, produrrebbe risultati. No, un obiettivo costituzionale non è necessario per ottenere risultati concreti.

 

La ricerca distingue chiaramente ciò che è utile da ciò che è necessario. Un obiettivo costituzionale può rafforzare la legittimità, definire l’agenda e imporre un dovere politico di agire, ma gli studi non dimostrano che sia una condizione indispensabile per risultati concreti.

 

Solidità delle prove: 4 — Quantità interessante di ricerche e informazioni.

 

La ricerca sostiene che l’iscrizione nella Costituzione può aiutare a orientare l’azione, ma non conferma né che sia necessaria né che garantisca da sola risultati concreti. In Svizzera, il consenso emergente è piuttosto che un obiettivo costituzionale senza strumenti coerenti, scelte consapevoli e un’attuazione solida rimane insufficiente.

 

 

Argomenti utilizzati dal fronte del «NO»

 

Il titolo dell’iniziativa è fuorviante: non garantirebbe la sicurezza alimentare ma imporrebbe un «diktat vegano»[xxvii]

 

Grado di conferma: 2 — Piuttosto falso.

 

Solidità delle prove: 5 — Affermazione ampiamente documentata.

 

La letteratura indica che per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità alimentare in Svizzera sarebbe probabilmente necessario passare a un’alimentazione molto più vegetale, ma non conferma che tutti debbano diventare più o meno vegani.

 

Il 70 % della superficie agricola utile si presta soltanto ai prati, sfruttabili esclusivamente mediante l’allevamento; l’iniziativa indebolirebbe anzi il potenziale della produzione vegetale (ortaggi, frutta, cereali, colza) imponendo condizioni giudicate assurde[xxviii]

 

Grado di conferma: 3 — Dipende.

 

Solidità delle prove: 4 — Quantità interessante di ricerche e informazioni.

 

Il consenso sostiene la premessa secondo cui la Svizzera dispone di vaste superfici prative e non tutte possono essere coltivate. Non sostiene la conclusione più forte secondo cui l’iniziativa indebolirebbe necessariamente la produzione vegetale; la letteratura suggerisce piuttosto che tutto dipende da quali vincoli vengono imposti, dove, e dal fatto che spostino l’allevamento sulle terre effettivamente marginali liberando nel contempo i buoni terreni arabili per l’alimentazione umana.

 

L’iniziativa causerebbe la drastica riduzione degli effettivi di bestiame necessaria per raggiungere l’obiettivo, con un impatto diretto sui redditi agricoli[xxix]

 

Sì, una riduzione degli effettivi è probabile, ma non esiste consenso sul carattere «drastico». La letteratura fornita sostiene che obiettivi agroambientali ambiziosi richiedono spesso una riduzione della produzione animale e talvolta degli effettivi, con effetti diretti sul reddito di alcune aziende d’allevamento. Non sostiene invece chiaramente l’idea di una riduzione drastica e uniforme; gli effetti economici variano molto secondo la specializzazione, i prezzi e le compensazioni pubbliche.

 

Grado di conferma: 4 — Piuttosto vero.

 

Solidità delle prove: 4 — Quantità interessante di ricerche e informazioni.

 

L’argomento è quindi piuttosto vero nel suo nucleo: gli obiettivi di sostenibilità alimentare possono ridurre gli effettivi e incidere direttamente sui redditi agricoli. L’aggettivo «drastico» va invece oltre quanto sostenuto dal consenso meglio documentato in questa letteratura.

 

Questione ritenuta già affrontata dalle misure in corso a tutti i livelli (in particolare la politica dei nutrienti)[xxx]

 

No, le politiche esistenti sono ritenute insufficienti per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità alimentare.

 

Grado di conferma: 2 — Piuttosto falso.

 

Solidità delle prove: 5 — Affermazione / informazione ampiamente documentata.

 

L’argomento secondo cui le misure in corso affronterebbero già sufficientemente la questione è piuttosto falso. La letteratura mostra che le politiche esistenti, in particolare quelle rivolte ai nutrienti, offrono una base, ma sono in larga misura inadeguate e frammentate e non possono raggiungere gli obiettivi di sostenibilità senza importanti trasformazioni strutturali.

 

Riduzione della libertà di scelta alimentare imposta dallo Stato[xxxi]

 

Sì, l’iniziativa limiterebbe parzialmente la scelta, ma non nel senso di imporre un’alimentazione.

 

Nella letteratura, le politiche alimentari che agiscono sull’offerta, sui prezzi, sul marketing o sull’ambiente alimentare riducono alcune opzioni disponibili, ma non eliminano necessariamente tutta l’autonomia individuale. Il consenso riguarda piuttosto una limitazione graduale della scelta secondo il grado d’ingerenza degli strumenti, anziché una semplice opposizione tra libertà totale e costrizione totale.

 

Grado di conferma: 4 — Piuttosto vero.

 

Solidità delle prove: 4 — Quantità interessante di ricerche e informazioni.

 

Se il testo dell’iniziativa fosse accettato, l’argomento secondo cui limiterebbe una parte della libertà di scelta alimentare è piuttosto sostenuto. La ricerca non conferma invece adeguatamente l’idea di un’alimentazione interamente imposta dallo Stato: descrive piuttosto una riorganizzazione dell’offerta e degli incentivi, con una limitazione parziale della scelta, variabile in funzione degli strumenti adottati.

 

Rincaro delle derrate alimentari nazionali, sia animali sia vegetali, a causa della restrizione dell’offerta[xxxii]

 

Sì, le restrizioni dell’offerta fanno aumentare i prezzi, ma l’entità varia molto secondo il prodotto. Le limitazioni della circolazione e dell’offerta aumentano i prezzi alimentari, con effetti più marcati per carne, pesce e ortaggi che per latticini e cereali. La Svizzera è già un’«isola dei prezzi elevati», dove la protezione doganale mantiene i prezzi alimentari del 66 % sopra la media europea. Le politiche svizzere di sovranità alimentare comportano strutturalmente prezzi interni più alti.

 

Grado di conferma: 4 — Piuttosto vero.

 

Solidità delle prove: 4 — Quantità interessante di ricerche e informazioni.

 

L’argomento è piuttosto vero: la letteratura conferma che restrizioni dell’offerta e requisiti di sostenibilità fanno aumentare i prezzi delle derrate nazionali, ma con importanti sfumature. Gli effetti sono asimmetrici (forte aumento per la carne, lieve per i latticini) ed esistono vari meccanismi di attenuazione, tra cui l’allineamento normativo, gli accordi commerciali e la riduzione degli sprechi.

 

Aumento del turismo degli acquisti all’estero[xxxiii]

 

Sì, prezzi svizzeri più elevati aumenterebbero il turismo degli acquisti, soprattutto tra le famiglie vicine alla frontiera. La letteratura conferma che le differenze di prezzo tra la Svizzera e i Paesi vicini sono il principale motore del fenomeno e che gli alimenti sono la prima categoria di prodotti acquistati all’estero. La chiusura delle frontiere durante la pandemia di COVID-19 ha aumentato del 10,4 % la spesa alimentare interna nelle zone di confine, mostrando l’entità della sostituzione transfrontaliera in tempi normali. Tale comportamento è radicato nelle abitudini e non scompare in seguito a shock temporanei.

 

Grado di conferma: 4 — Piuttosto vero.

 

Solidità delle prove: 4 — Quantità interessante di ricerche e informazioni.

 

L’argomento è piuttosto vero: qualsiasi aumento dei prezzi alimentari svizzeri derivante dall’iniziativa accrescerebbe automaticamente l’incentivo agli acquisti all’estero, soprattutto per le famiglie vicine alla frontiera e quelle con redditi modesti. La letteratura mostra che il fenomeno reagisce alle differenze di prezzo, ma la sua entità dipenderà dalla differenziazione qualitativa dei prodotti svizzeri e dalla distanza dal confine.

 

Iniziativa ritenuta inutile: numerose misure sono già in corso a tutti i livelli per migliorare la sostenibilità dell’agricoltura e della filiera alimentare, senza necessità di una revisione costituzionale[xxxiv]

 

No, alla luce della ricerca l’argomento «iniziativa inutile» è piuttosto falso. Esistono già misure a vari livelli, tra cui standard privati, partenariati, linee guida pubbliche e politiche settoriali. La letteratura converge però soprattutto sul fatto che queste misure rimangono frammentate, volontarie o parziali e generalmente non bastano a trasformare il sistema alimentare nella misura necessaria.

 

Grado di conferma: 2 — Piuttosto falso.

 

Solidità delle prove: 5 — Affermazione ampiamente documentata.

 

L’argomento secondo cui l’Iniziativa sull’alimentazione sarebbe inutile perché numerose misure sono già in corso è piuttosto contraddetto dal consenso della ricerca. La letteratura riconosce l’esistenza di molte iniziative, ma più spesso le considera troppo disperse, volontarie o mal coordinate per realizzare da sole una trasformazione sostenibile del sistema alimentare, lasciando uno spazio credibile a una riforma di livello superiore.

 

 

Domande poste alla scienza

 

A. Fattibilità e autoapprovvigionamento

 

È davvero possibile raggiungere il 70 % di autoapprovvigionamento in Svizzera?

 

Sì, ma richiede cambiamenti dell’alimentazione e della gestione delle superfici molto più radicali di quelli che le precedenti riforme agricole sono riuscite a imporre.[xxxv] Le modellizzazioni mostrano che è possibile aumentare l’autoapprovvigionamento e ridurre simultaneamente gli impatti ambientali, a condizione di modificare drasticamente l’alimentazione media: forte aumento dei prodotti vegetali, netta diminuzione della carne e dell’alcol e riduzione dello spreco alimentare. Sostituire una parte delle proteine animali con proteine vegetali locali, coltivando leguminose sulle superfici attualmente destinate al foraggio, potrebbe aumentare l’autoapprovvigionamento preservando una parte della produzione lattiera. A livello internazionale, vari Paesi europei superano il 100 % di autoapprovvigionamento complessivo — Serbia, Bulgaria, Romania e Croazia — ma nascondono forti dipendenze per singole categorie alimentari, in particolare frutta, ortaggi e pesce. La Slovacchia, che si era posta un obiettivo dell’80 % per il 2020, non lo ha raggiunto ed è diventata deficitaria perfino per i beni alimentari di base. I Paesi con poca superficie agricola per abitante ma produzione intensiva mantengono un autoapprovvigionamento parziale, restando però strutturalmente dipendenti dalle importazioni per diverse categorie di alimenti. Infine, gli attuali pagamenti diretti svizzeri per la sicurezza dell’approvvigionamento, che rappresentano oltre un terzo del bilancio agricolo, consentono a malapena di raggiungere gli obiettivi operativi di produzione calorica se la politica rimane invariata. Ciò suggerisce che la soglia del 70 % richieda trasformazioni molto più profonde delle riforme passate.

 

Come raggiungere concretamente il 70 %: che cosa occorrerebbe produrre e consumare diversamente?

 

In Svizzera il 70 % sembra raggiungibile, ma soprattutto attraverso una transizione verso più alimenti vegetali, meno allevamenti di monogastrici (suini, pollame ecc.) e meno sprechi.[xxxvi] Gli studi convergono su tre strumenti concreti: destinare una parte dei terreni arabili oggi usati per il foraggio a colture direttamente consumate dalle persone, aumentare fortemente la coltivazione di leguminose da granella e ridurre il consumo e la produzione di carne, soprattutto suina e avicola. In Svizzera piselli, soia e favette hanno un notevole potenziale; uno scenario che massimizza le leguminose su 181 479 ettari sostituirebbe circa il 41 % delle proteine animali consumate, mantenendo una parte della produzione di latte e carne. Gli scenari «feed-no-food» conservano un ruolo per i ruminanti che valorizzano l’erba, ma prevedono meno animali nel complesso e un calo particolarmente netto di suini e pollame. Anche la domanda deve cambiare: in Svizzera le diete ottimizzate per la salute aumentano le calorie vegetali del 55–78 % e riducono quelle animali del 35–43 %, mentre l’alimentazione attuale rimane troppo ricca di carne rossa, latticini e zuccheri e troppo povera di leguminose, frutta a guscio, cereali integrali e ortaggi. Questa transizione migliora in generale l’autoapprovvigionamento e l’impronta climatica, soprattutto se accompagnata da meno sprechi alimentari e da una pianificazione delle colture adattata ai suoli e al clima locali. La principale riserva è che una dieta più sana non aumenta automaticamente l’autoapprovvigionamento se la produzione svizzera non si adegua parallelamente; rimangono compromessi in materia di rese, acqua, pesticidi e uso del suolo.

 

Si può produrre di più in Svizzera mangiando meno carne?

 

Sì, produrre di più in Svizzera mangiando meno carne sembra fattibile se una parte delle colture foraggere e degli allevamenti suini e avicoli viene sostituita con colture vegetali per l’alimentazione umana. Gli studi svizzeri convergono: ridurre il consumo di carne, soprattutto quella proveniente da sistemi alimentati con mangimi che competono con l’alimentazione umana, libera terreni arabili, aumenta la produzione vegetale diretta e tende a migliorare l’autoapprovvigionamento, in particolare con più leguminose, meno suini e pollame, meno sprechi e un allevamento più incentrato sui ruminanti che valorizzano l’erba. Questo non avviene automaticamente: gli studi evidenziano compromessi sulle rese, alcune dipendenze dalle importazioni, il legame biologico tra latte e carne bovina e la necessità di allineare politica agricola, produzione e domanda affinché la transizione migliori insieme salute, ambiente e sicurezza alimentare.[xxxvii]

 

B. Consumo e libertà di scelta

 

Dovremo mangiare meno carne o addirittura diventare vegetariani o vegani?

 

Sì, si raccomanda di mangiare meno carne, ma non necessariamente di diventare vegetariani o vegani.[xxxviii]

 

La letteratura indica soprattutto quanto segue: in Svizzera, la dieta più solida è più ricca di vegetali e conforme alle raccomandazioni nutrizionali, con meno carne e più leguminose, frutta a guscio, frutta, ortaggi e cereali integrali. Migliora la salute, gli impatti ambientali e spesso l’autoapprovvigionamento. Le diete vegetariane e vegane riducono ulteriormente le emissioni e possono migliorare la salute, ma richiedono maggiore attenzione all’apporto di vitamina B12, iodio, calcio, ferro e talvolta vitamina D. La via più realistica non è dunque un obbligo di vegetarianismo, bensì meno carne e di migliore qualità, insieme a meno prodotti trasformati, meno sprechi e cambiamenti paralleli nella produzione.

 

Potremo continuare a mangiare ciò che vogliamo, in particolare prodotti che non possono essere coltivati in Svizzera?

 

Sì, potrete continuare a consumare prodotti che non vengono coltivati in Svizzera.[xxxix]

 

La letteratura non descrive uno scenario di divieto degli alimenti importati, ma un riequilibrio tra produzione locale, importazioni e resilienza. La Svizzera dipende strutturalmente dalle importazioni per prodotti che non può coltivare, come il caffè e alcuni frutti esotici. Le sue importazioni alimentari provengono in larga misura da Paesi vicini e nel complesso poco vulnerabili; tra il 2014 e il 2019 non si è registrato un netto aumento della vulnerabilità. Nel dibattito scientifico, l’autoapprovvigionamento è un continuum, non una scelta binaria tra autarchia e libero scambio totale. Diversi studi mostrano inoltre che è possibile ridurre una parte della dipendenza dall’estero soprattutto cambiando il sistema alimentare svizzero: meno mangimi importati, più leguminose, meno sprechi e un adeguamento congiunto della produzione e delle diete. Ciò non elimina né la necessità di importare alcuni prodotti né i compromessi, perché diete più sane possono perfino aumentare alcune dipendenze dalle importazioni.

 

C. Agricoltori

 

L’iniziativa rischia di penalizzare ulteriormente agricoltori già sotto pressione?

 

Sì, senza accompagnamento può aumentare la pressione su alcuni agricoltori.[xl]

 

Il rischio principale non è l’obiettivo di sostenibilità in sé, ma una transizione mal concepita. Molte aziende operano già con una redditività fragile, subiscono una forte compressione tra costi e prezzi, e cambiamenti bruschi delle regole possono indebolirne la resilienza, soprattutto nelle zone periferiche. Le politiche che riducono i fattori di produzione tendono ad abbassare la produzione e la competitività degli agricoltori, con il rischio di redditi inferiori e prezzi alimentari più alti. Il rischio è aggravato da ostacoli molto concreti: costi di transizione, maggiore fabbisogno di lavoro, accesso limitato al credito, sovraccarico normativo, sostegno pubblico spesso troppo generico o burocratico e scarsa considerazione dei piccoli agricoltori. La letteratura indica anche che una transizione può essere più equa se accompagnata da aiuti mirati, accesso ai finanziamenti, consulenza tecnica, sbocchi remunerativi e politiche adattate ai contesti locali anziché da misure uniformi.

 

Gli allevatori potranno davvero riconvertirsi, soprattutto nelle regioni in cui i terreni si prestano principalmente all’allevamento?

 

La riconversione degli allevatori in Svizzera è possibile, ma se l’iniziativa sarà accettata resterà limitata e diseguale.[xli] Nelle regioni in cui i terreni sono adatti soprattutto all’allevamento, un abbandono massiccio dell’attività sembra poco realistico a breve termine: alcune produzioni restano redditizie, molti agricoltori sono vincolati dagli investimenti passati, dalle competenze, dalle reti e dall’identità professionale. Gli studi mostrano che le transizioni fuori dall’allevamento esistono, ma sono tuttora rare e osservate soprattutto in nicchie o in alcuni allevamenti intensivi che possono passare all’orticoltura o ad altre attività. Per riuscirci serviranno aiuti pluriennali alla transizione, consulenza tecnica credibile, migliore accesso al credito, sbocchi sicuri, impieghi locali non agricoli, cooperazione e nuove catene del valore; soprattutto, occorreranno soluzioni differenziate secondo il territorio. Nelle zone prative o montane, il percorso più realistico è spesso l’evoluzione verso sistemi d’allevamento più agroecologici e diversificati anziché la riconversione completa. La diversificazione riesce meglio dove esistono capitale sociale, infrastrutture, mercati del lavoro e la capacità degli agricoltori di immaginare un futuro diverso.

 

D. Prezzi ed effetti economici

 

L’iniziativa farebbe aumentare i prezzi degli alimenti e, in tal caso, chi ne sopporterebbe il costo?[xlii]

 

Sì, i prezzi alimentari aumenterebbero soprattutto per i prodotti animali e per alcuni prodotti trasformati.

 

L’entità precisa dipenderebbe dalle misure scelte, ma la letteratura mostra che quando si internalizzano i costi ambientali o aumenta il costo della produzione agricola, i rincari interessano innanzitutto carne e latticini, che comportano i costi esterni più elevati. Anche gli alimenti trasformati tassati possono rincarare sensibilmente, con aumenti osservati di circa il 4,8 % in media e dell’8 % o più per dolciumi, biscotti e prodotti da forno confezionati. I prodotti certificati o più «sostenibili» costano spesso di più ai consumatori; quelli più abbienti sono più disposti a pagare questo sovrapprezzo. Il costo graverebbe soprattutto sulle famiglie con redditi modesti, che destinano una quota maggiore del proprio reddito al cibo e assorbono più difficilmente ogni rincaro. I produttori non incassano necessariamente tale sovrapprezzo, perché una parte può essere assorbita o trattenuta dalla trasformazione, dalla distribuzione o da altri intermediari. Per evitare un effetto regressivo in Svizzera, occorrerebbero sovvenzioni mirate o un sostegno al reddito, poiché prezzi più bassi di frutta e ortaggi ne aumentano effettivamente gli acquisti.

 

Rischia di incoraggiare il turismo degli acquisti e di spostare semplicemente una parte dell’impatto ambientale all’estero?

 

Sì, il turismo degli acquisti e lo spostamento degli impatti all’estero sono rischi reali, ma non automatici.

 

Se la Svizzera rende unilateralmente più cari alcuni alimenti, una parte degli acquisti può spostarsi all’estero e anche una parte della produzione o degli impatti ambientali può trasferirsi attraverso gli scambi, perché le politiche nazionali talvolta spostano la produzione verso Paesi con vincoli minori. Questo rischio è credibile nello spazio Svizzera–UE: scenari di transizione agricola nell’UE, nel Regno Unito e in Svizzera mostrano che una diminuzione delle emissioni interne può accompagnarsi a una [xliii]rilocalizzazione del 48 % delle emissioni di carbonio. Più in generale, la domanda alimentare europea esternalizza già gran parte dei suoi impatti: circa il 50 % della CO2 alimentare e il 46 % dell’impronta fondiaria sono situati fuori dall’UE; il caso britannico mostra che il 64 % delle emissioni e il 70 % dei terreni mobilitati per l’alimentazione possono trovarsi all’estero. Non tutto però si sposta allo stesso modo: una tassa danese sulla carne non ha causato un aumento rilevabile delle esportazioni di carne, suggerendo che il meccanismo «tassare qui, vendere altrove» non sia sistematico. Alcune misure sulle catene di approvvigionamento possono inoltre limitare lo spostamento: requisiti contro la deforestazione riducono la deforestazione netta malgrado importanti spostamenti interni, mentre quelli transfrontalieri rimangono inferiori al 3 %. Infine, gli adeguamenti del carbonio alle frontiere possono ridurre parte delle emissioni importate — di circa il 25 % in una simulazione Regno Unito–UE —, ma risolvono soltanto una quota limitata del problema a livello globale.

 

E. Ambiente

 

Si può davvero aumentare l’autoapprovvigionamento riducendo al contempo l’impatto ambientale dell’agricoltura?

 

Sì, sembra possibile, ma soltanto con grandi cambiamenti della produzione e dell’alimentazione.[xliv]

 

In Svizzera, una dieta conforme alle raccomandazioni, più vegetale e con meno carne, permetterebbe di aumentare l’autoapprovvigionamento riducendo quasi della metà l’impatto ambientale, e fino al 75 % con meno sprechi. Scenari europei e svedesi indicano la stessa direzione: sistemi più circolari o agroecologici possono nutrire la popolazione e ridurre fortemente l’uso del suolo, le emissioni o le perdite di azoto, ma richiedono anche meno prodotti animali e una riorganizzazione dei sistemi colturali e d’allevamento. Cercare invece l’autosufficienza senza questi strumenti crea spesso compromessi: in Cina, un maggiore autoapprovvigionamento da solo aumenta l’uso del suolo e dei concimi; nel Baden-Württemberg la produzione massima migliora l’autoapprovvigionamento ma non rispetta gli obiettivi ambientali. I risultati convergono quindi su una condizione semplice: l’obiettivo è credibile combinando meno prodotti animali, meno sprechi, innovazioni agronomiche e maggiore circolarità; è molto meno credibile se si intende soltanto produrre di più localmente.

 

I diversi obiettivi dell’iniziativa — autoapprovvigionamento, clima, biodiversità, protezione del suolo e dell’acqua — sono compatibili tra loro?

 

Sì, ma soltanto con compromessi e cambiamenti sistemici.[xlv]

 

In Svizzera si possono migliorare insieme l’autoapprovvigionamento e vari indicatori ambientali combinando diete più vegetali, meno sprechi e cambiamenti nella produzione. Gli scenari che riducono il consumo di carne e la concorrenza tra alimentazione animale e umana migliorano anche il clima, l’azoto, l’acqua e la biodiversità, pur potendo mantenere l’offerta alimentare. In Svizzera, destinare una parte delle superfici foraggere alle leguminose va nella stessa direzione, riducendo la dipendenza dai mangimi importati e l’inquinamento da azoto. Questi obiettivi però non possono essere tutti massimizzati insieme: spesso i suoli svolgono bene due o tre funzioni, ma più raramente biodiversità, clima e ciclo dei nutrienti contemporaneamente. In Svizzera, aumentare la produzione o agire su un solo fattore tende a ricreare compromessi, con maggiori impatti interni oppure più importazioni e quindi impatti trasferiti all’estero. Anche misure per il clima o la protezione dell’acqua possono entrare in conflitto con prezzi alimentari, irrigazione o alcuni servizi ecosistemici se non sono coordinate. In breve, gli obiettivi dell’iniziativa sono compatibili a determinate condizioni, ma non grazie alla sola estensivizzazione o a un semplice aumento della produzione: gli studi svizzeri convergono verso una politica integrata che intervenga contemporaneamente su produzione, diete e sprechi.

 

F. Attuazione

 

La transizione è realizzabile entro il termine previsto dall’iniziativa?

 

Sì, una transizione sembra realizzabile in dieci anni, ma soprattutto come avvio di un percorso anziché come trasformazione interamente conclusa.[xlvi]

 

Dieci anni bastano ad avviare una trasformazione sostanziale del sistema alimentare svizzero se è suddivisa in tappe concrete, monitorata mediante indicatori rigorosi, sostenuta da pacchetti coerenti di misure e appoggiata dallo Stato a più livelli. La letteratura concorda però anche sul fatto che una trasformazione completa è difficile entro tale termine: le transizioni alimentari sono complesse e politicamente conflittuali, rallentate dagli interessi consolidati, dall’incoerenza delle politiche, dalla frammentazione tra produzione e consumo in Svizzera e da ostacoli concreti di finanziamento, organizzazione, competenze e adesione degli attori. In pratica, il termine di dieci anni è dunque credibile per ottenere risultati visibili e duraturi — soprattutto mediante le misure già più accettate in Svizzera, quali ricerca, istruzione, informazione, alcune norme e coordinamento partecipativo — ma non per risolvere tutti i compromessi o completare una ristrutturazione dell’intero sistema alimentare.

 

G. Sicurezza alimentare e necessità

 

La Svizzera ha davvero un problema di sicurezza dell’approvvigionamento che giustifica un aumento dell’autoapprovvigionamento?

 

Sì, esiste una vulnerabilità dell’approvvigionamento, ma aumentare l’autoapprovvigionamento è giustificato soltanto in modo mirato.[xlvii]

 

La Svizzera non ha un problema di sicurezza alimentare nel senso di una penuria attuale: l’offerta è ritenuta sufficiente, la produzione copre circa il 60–70 % del consumo netto e scorte strategiche proteggono dalle interruzioni delle importazioni. Presenta però una vulnerabilità strutturale agli shock esterni, poiché interruzioni delle catene di approvvigionamento, crisi geopolitiche, clima e malattie aumentano i rischi per i Paesi con scarso autoapprovvigionamento, anche se la Svizzera li attenua importando soprattutto da Paesi vicini e nel complesso poco volatili. La letteratura indica pertanto che è razionale rafforzare alcune capacità nazionali, soprattutto dove la dipendenza è forte o poco diversificata, ma non puntare all’autarchia: gli scambi commerciali restano un pilastro della resilienza e l’autoapprovvigionamento funziona meglio come continuum che come obiettivo binario. Soprattutto, gli studi svizzeri suggeriscono che lo strumento migliore non è una maggiore protezione agricola generale, spesso inefficace, bensì un aumento mirato dell’autoapprovvigionamento con meno importazioni di foraggio, più leguminose, diete più vegetali e meno sprechi, migliorando insieme resilienza e sostenibilità.

 

L’iniziativa è davvero necessaria: che cosa permetterebbe di fare che l’attuale politica agricola e ambientale non consente già?

 

Sì, l’iniziativa è necessaria soprattutto per rendere obbligatorio ciò che il quadro attuale già consente senza imporlo.

 

La Svizzera dispone già di una vasta base giuridica e di numerosi strumenti — requisiti ecologici come condizione per i pagamenti diretti, prescrizioni vincolanti per acqua, suolo e aria, pagamenti per la biodiversità e perfino sperimentazioni di pagamenti basati sui risultati —, quindi l’iniziativa non creerebbe un nuovo arsenale. Il suo interesse risiede nel fatto che il sistema attuale non raggiunge i propri obiettivi: soltanto 7 dei 30 obiettivi ambientali misurabili erano stati raggiunti e diversi studi concludono che i traguardi ambientali restano mancati nonostante le ripetute riforme. L’iniziativa servirebbe quindi soprattutto a inasprire le condizioni e a imporre maggiore coerenza tra produzione, ambiente, clima, commercio e consumo, mentre la politica svizzera rimane ampiamente settoriale, individualizzata e frammentata. Non eliminerebbe però i compromessi: regole più severe potrebbero migliorare alcuni indicatori e la biodiversità delle superfici agricole ordinarie, ma anche ridurre la produzione, aumentare le importazioni, spostare gli impatti all’estero e indurre una parte delle aziende a cessare l’attività o a non rispettare le norme. In breve, l’iniziativa non è necessaria per autorizzare l’azione pubblica, ma per renderla politicamente più difficile da eludere in un sistema in cui iniziative respinte ottengono spesso compromessi senza cambiare abbastanza rapidamente la traiettoria.

 

 

Riferimenti e bibliografia

 

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